Critica d’arte a Patricia Carmo Baltazar Correa

Andrea Antoniazza
Roma, 18-11-2007

Immersi in un paese come Genazzano, non si può, neanche in preda all’ateismo più radicato, non sentire, come in una piccola e devotissima Assisi, il richiamo alla giungla del sentimento religioso, in particolare al personaggio femminile per eccellenza della tradizione cristiana: la Madonna. Una Madonna sospirata, quella del De Carolis, che abituato alla trattazione di tematiche religiose, qui si cimenta in una processione che ricorda quella della letteratura di Chauser. Tipica della processione, come elemento della socialità paesana, è la non distinguibilità dell’individuo. Tutto si confonde in un’unica massa, morbissima e disperata…una “cornice nella cornice” in cui corpi straziati, a caccia di perdono e Rilevazione, si accostano alla Madonna del paesino romano, le si avvicinano, quasi intimiditi dalla sua presenza scenica, una comparsa teatrale, avvolta da un’aurea illuminatissima, come se a proteggerla fosse Dio stesso insieme al suo umile popolo di contadini.
La Madonna di Genazzano è un inno alla devozione spirituale di un paese in cui le vecchie, con assoluto buon gusto, ancora vestono di nero, e aspettano fuori dalla porta l’arrivo della morte. Mentre i mariti ammazzano il tempo in campagna o all’osteria della piazza, dove sorseggiare quel vino che inebria senza ubricare. Tra il bellissimo ninfeo del Bramante e il Castello Colonna, si situa proprio questo momento della produzione di De Carolis, che a volte crocefigge, altre volte, come questa, allarga il suo sguardo sulla dimensione del popolo più pasoliniano, su quelle ceneri contadine in cui ognuno di noi vorrebbe rispecchiarsi, almeno uno volta, nella propria vita per riscoprire una Verità quasi primordiale, quella dell’esistenza preistorica, in cui a parte se stessi, c’e solo un cielo al quale votarsi nella speranza che qualcosa possa cambiare. Non c’è cristianità in questo dipinto, né alti commissariamenti ecclesiastici. È un quadro bello perché assolutamente spontaneo, sorgivo, lontano da quei maliziosi elogi della fede che nascondono solo interessi il più delle volta perversi.
La pittura di De Carolis è un bagno silenzioso, di anime che già hanno abbandonato il loro corpo, per concedersi senza fatica ad un mondo che lui stesso, il Dio del quadro, il pittore, vuole fatto di abbandono totale, mistico, senza intermezzi.
È il popolo che vuole la Madonna, la vuole come verità quotidiana, da incontrare nei tanti momenti che compongono la vita di un uomo. Dall’allevamento dei figli al momento della cucina: del resto, in una paese come Genazzano, tutto deve avere il sapore del sacro.

L’umano infante
Critica d’arte al pittore Daniele De Carolis
Abituati come siamo a vedere Cristi crocefissi, in pose che sfiorano il sadismo, finalmente troviamo lo stesso tema – quello della Crocefissione, tanto caro ai pittori – reinterpretato. A compiere questa operazione è Daniele De Carolis, giovanissimo ed emergente pittore, di origine italiana e brillantemente espatriato in quel di Barcellona. De Carolis vuole la Crocefissione, ma non vuole né Cristo né la Croce. Ne desidera recuperare, però, il gesto, l’idea, l’affissione quasi artistica del corpo all’aria. E porta questo desiderio fino in fondo, fino a trasformarlo in un’illusione. Perché non di Crocifissione si tratta, bensì di un bambino dalle forme boterianamente rigonfie, che non può definirsi neppure impiccato. È un umano infante, attraversato da un telo, lungo, dritto, ruvido, una simbolicissima trave di tessuto, che evoca quella della morte di Cristo. L’umano infante tende a sollevare i piedi e le gambe, quasi non volessero saperne nulla del mondo, e del suo troppo facile vivere quotidiano. Questo bambino, illusoriamente crocifisso e impiccato, è il Dio della modernità, è quello che rimarrebbe di Cristo se la sua morte avvenisse adesso e non duemila anni fa. Sarebbe un bambino, forse dell’Africa, malato di AIDS, o un indiano abbandonato in riva ad un fiume, nato malato e morto malato, con la gambe già segnate dal male…i piedi legati, ma non da una corda, bensì dall’impossibilità di camminare, e le mani non crocefisse, ma aperte, piene di speranza, all’unica cosa che resta all’uomo quando non sa più dove guardare: cioè il cielo…un cielo, però, che il bambino di De Carolis non guarda, non osserva. La sua affezione alla carnalità è tale, che perfino di fronte alla certezza di morire, continua a contemplare, ad occhi chiusi, questi atomi sporchi di malattie e capitalistiche vendette. De Carolis offre all’umano infante, anziché la trave di legno, dura, faticosa da portare, ormai umida di pentimenti, il sudario di Cristo, che è proprio quello che lo attraversa, in corrispondenza del collo e dell’inguine, e che lo beatifica, lo rende straordinariamente divino nella sua evidente prossimità alla morte. L’umano infante è un piccolo Cristo, il Cristo forse di tutti gli atei, soprattutto quelli incazzati con il mondo, quelli convinti che Gesù, se proprio è il figlio di Dio, non può che rivolgere lo sguardo alla terra e ai suoi uomini, soprattutto ai suoi nemici, per smascherarne la vigliaccheria e il facile orgoglio di cui si riempiono.
Ci voleva un quadro così in una produzione giovanile. A distanza di tempo, si scoprirà come il giovane Daniele, con questa opera, carica di umiltà, abbia lasciato un segno, anzi il Segno di un Mistero che almeno per un secondo ha avuto la capacità di attraversarlo e di fargli sentire tutto il bene e il male che il Divino porta dentro di sé.
Anche nelle tele più colorate, i suoi fossili – i fossili onirici – continuano a vivere sparsi lungo superfici mai interrotte ma incastonate, l’una nell’altra. Come nella bellissima sfera qui sopra riproposta, partorita da una foresta di forme geometrizzate, una luna piena spaccata in due metà, quasi un’emisfero terrestre che ruota lentamente intorno al proprio asse spargendo intorno a se una cupe tenebra. In questa sfera rannicchiata tra i rami, ci sta il segno della speranza, di una delusione che tarda ad arrivare: il mondo della Carini, in queste venature continuamente sposate dalla sua grande mano, finiscono per essere la testimonianza di un’artista che già si è rivelata una piccola architetta del Mistero.

Questo notevole pittore riempie le tele, svuotando la sua anima di ogni colore. La composizione della tavolozza non consente scelte di nessun tipo: “tutto è già stato deciso”, questo recitano i quadri, come attori di uno spettacolo del naturale devoto alla morte e allo sguardo perso su una fine già consumata. Pasqualucci la morte la difende da vero paladino della sconfitta. Il corpo muore e quindi merita un’attenzione tutta profana, assolutamente esterna alle logiche del significato ultraterreno. Il corpo muore e diventa parte del vivente come materia da riutilizzare per dare vita ad altre vite. Il corpo che muore è pretesto di un dialogo dell’esistente, in cui la morte è veramente fine di tutto solo per chi l’ha vissuta. Per gli altri, il che vuol dire anche il non vivente, il corpo rimane nella forma di un cadavere da regalare alla Natura come dono ultimo della nostra presenza al mondo. Pasqualucci caccia il dialogo del possibile, quello universalmente accettabile e universalmente causa di strazi: si muore e per noi non c’è altro. Per il mondo, invece, continua ad esserci qualcosa ed è proprio quella scatola di carne che, nella decomposizione, trova la sua strada di ritorno verso il vivente.
Pasqualucci è angelo del focolare di un mondo che lui vuole fatto di rassegnazione, a volte tragica, come nel paesaggio dove il cielo diventa nero e l’orizzonte si colora di un paradossale bianco…la pianura, allora, piattissima, non può che essere partorita come puzzle di un’onirica rassegnazione. Gli uccelli, infine, sono restituiti all’occhio dell’osservatore come volumi imbalsamati dal pennello, un pennello pesante, impegnativo, che sfida la morte dall’alto della sua pretesa di vera immortalità. E qui interviene l’Arte, non più il pittore.