giovedì 12 luglio 2007

Antoniazza Arte - Numero III


Collezione Necrostar
Critica d’arte alla Collezione Necrostar di Stefano Di Nottia a cura di Andrea Antoniazza



“Non sono lo spettatore silenzioso di strani momenti e neanche l’estasi di una fine che tarda ad arrivare. Sono un quadro spalancato sull’Immenso custode dei miei segreti, sono l’uomo morto che t’invita a bere, insieme a me, dall’altro mondo, una tazza di vita amara lungo quella fine che nessuno sa. La mia tela è uno strano scalpitare di eventi, lunghe lacerazioni che mai esauriscono la curiosità di chi con la sua mano ruvida mi ha dipinto. Sono Necrostar, una galleria di echi mostruosi, che dalla caverna della morte ancora parlano. Sono tutti famosissimi i miei eroi, nessuno ancora tace, eppure sono già tutti sepolti sotto la terra del mondo. Ed anch’io, che sono solo un gigantesco quadro, parlo appeso alla mia parete, aspettando la fine di chi mi guarda.”


Se Necrostar potesse parlare, direbbe le parole che ho appena scritto. In realtà le ha già dette, a tutti coloro che hanno avuto l’occasione di trovarsi, per la prima volta nella storia della pittura, ad una vera e propria, oserei definirla quasi metodica, devozione mortuaria. La collezione dinottiana è il cimitero pittorico dell’immagine, la ricostruzione fintamente fotografica di una bellezza che non è più semplice decadenza ma vero e proprio stato fisiologico dell’esistenza che ha cessato di essere tale. C’è quasi una biologia dell’immagine, una scientificità medica che scorre nelle tele. Marylin Monroe finalmente scivola dalla prorompente bellezza delle costruzioni di Andy Wharol all’unica fine che forse la rende più umana, più vicina a noi: il suo volto sopito dall’assenza di ogni respiro è il sentore di quell’aldidà dove il successo lo decide solo Dio e non gli stupidi applausi umani. In quella terra che nessuno sa, in cui l’anima di ciascuno, abbandonata l’invadenza di un corpo destinato allo sfascio, si rannicchia vicino al Creatore per carpirne un briciolo di energia, di Verità. E questa non è una semplice lezione di fede, ma una fiducia umanamente votata alla ricoscenza della presenza di un Altro nella nostra vita, chiunque egli sia. Nelle tele dinottiane, questo Altro è la provocazione, l’osservazione crudele di un percorso non più umano ma semplicemente atomico verso quel nulla molecolare che ammazza ogni corpo per dare origine ad una nuova vita. Che cosa siamo se non sacchi di pelle appesi ad una cosa che dentro di noi piange ma che non si può mai toccare? Quest’anima sottile, che, se c’è, se ancora è viva, non può che commuoversi di fronte ad una bara che diventa l’unica zattera per tornare a Dio?
La morte dinottiana è una rincorsa di eroi, sospesi tra l’ultimo grande saluto al mondo, quello del loro sguardo spento, e l’ansia, sotterranea, misteriosa di voler rinascere. In questa galleria di silenziosi rispetti, giocati sul passaggio ad un altro mondo, si agitano figure stagne, appiccicate alla tela con la stessa identica severità di un collezionista d’insetti.
Di Nottia non ama lo scontato e si vede. Nella sua operazione, incontra lo spettro dell’altro nella sua veste di spirito vagabondo, anima persa…per alcuni indossa i panni del guerriero e sconfigge l’incubo della loro fine; per altri, ancora, viaggia nella tela con un tenero paio d’ali appoggiato sulle spalle e s’avvicina a questi corpi moribondi stringendo la mano sporca di un cadavere.
Questi corpi, appesi come sacchi materici di burriana memoria, sono l’anticamera della morte, non la morte in se stessa…rappresentano il presagio, il sentore di una fine che tristemente sta per calare sull’uomo, per portarlo in quella terra di sogni dove l’artista, oltre al niente, vede l’incanto di un Mistero.
Così, morso tra Pasolini e la grande diva americana, stretto nella morsa del successo defunto, del Grande caduto nel vortice mortale, l’arte dinottiana si presta non solo ad una lunga riflessione sulla nostra fine ma, prima di tutto, sulla coscienza che il successo, come l’uomo della folla di Poe, hanno in comune la stessa identica ombra.