
Il dialogo del possibile
Critica d’arte alle nature morte e ai paesaggi di Bruno Pasqualucci a cura di Andrea Antoniazza
Questo notevole pittore riempie le tele, svuotando la sua anima di ogni colore. La composizione della tavolozza non consente scelte di nessun tipo: “tutto è già stato deciso”, questo recitano i quadri, come attori di uno spettacolo del naturale devoto alla morte e allo sguardo perso su una fine già consumata. Pasqualucci la morte la difende da vero paladino della sconfitta. Il corpo muore e quindi merita un’attenzione tutta profana, assolutamente esterna alle logiche del significato ultraterreno. Il corpo muore e diventa parte del vivente come materia da riutilizzare per dare vita ad altre vite. Il corpo che muore è pretesto di un dialogo dell’esistente, in cui la morte è veramente fine di tutto solo per chi l’ha vissuta. Per gli altri, il che vuol dire anche il non vivente, il corpo rimane nella forma di un cadavere da regalare alla Natura come dono ultimo della nostra presenza al mondo. Pasqualucci caccia il dialogo del possibile, quello universalmente accettabile e universalmente causa di strazi: si muore e per noi non c’è altro. Per il mondo, invece, continua ad esserci qualcosa ed è proprio quella scatola di carne che, nella decomposizione, trova la sua strada di ritorno verso il vivente.
Pasqualucci è angelo del focolare di un mondo che lui vuole fatto di rassegnazione, a volte tragica, come nel paesaggio dove il cielo diventa nero e l’orizzonte si colora di un paradossale bianco…la pianura, allora, piattissima, non può che essere partorita come puzzle di un’onirica rassegnazione. Gli uccelli, infine, sono restituiti all’occhio dell’osservatore come volumi imbalsamati dal pennello, un pennello pesante, impegnativo, che sfida la morte dall’alto della sua pretesa di vera immortalità. E qui interviene l’Arte, non più il pittore.