giovedì 12 luglio 2007

Antoniazza Arte - Numero II


Il Cristo Carbò…nizzato
Critica d’arte al Cristo di Carbò a cura di Andrea Antoniazza


Il Cristo di Carbò si sintetizza subito in una coppia di piedi che camminano al di sopra delle acque. L’ ”al di sopra”, però, non deve trarre in inganno perché il Cristo della tradizione pittorica, qui - in questa operazione - è stato letteralmente abbandonato e l’originalità del pennello, allora, diventa proprio questa dimenticanza, questo non voler prendere ad esempio le prospettive imposte dalla dottrina. Siamo di fronte ad una visione subacquea di Gesù: da sotto, dal fondo del mare, il pittore punta dritto alle piante dei piedi, basamenti del grande miracolo cristiano.
È il Cristo della fantasia, del gioco, che si mescola all’elemento naturale per dimostrare all’uomo che quel miracolo non è solo una camminata impossibile su un immenso liquido bluastro ma è la natura stessa, creazione a cui l’uomo, anche il più ateo, accede come categoria dell’esistente. Il Dio entrato nella storia, indossando i panni dell’uomo, ha un coraggio che gli altri non hanno, perché, oltre ai suoi miracoli, avvicina i bambini, li vuole a sé, considerandoli la compagnia primitiva del proprio viaggio terrestre. E questa infanzia consacrata da Gesù, si evince nel mondo ludico, giocoso, innocente dei colori e dei pochi oggetti che circondano il Cristo. Perché c’è Cristo nel quadro – attenzione – non solo un paio di piedi che camminano sopra le acque. L’operazione di Carbò non è di taglio: non prende in prestito il personaggio osannato dalla tradizione cattolica per dimenticarne il corpo, lasciando sulla tela solo un paio d’impronte. Cristo c’è in tutto il suo personaggio. E non solo si salva da una macabra decapitazione al contrario – che vede i piedi sostituirsi alla testa di fronte alla ghigliottina dell’arte - ma continua il suo cammino in un’acqua mossa da colorate forme oniriche. Acqua che si macchia di bianco come segno d’innocenza, della tradizione storica e cristiana da un lato e tradizione a-storica e natura dall’altro (per intenderci quella che pervade l’essere a prescindere dal suo senso religioso).
Il dipinto, infatti, è accessibile a tutti: chiunque vi può entrare, anche senza fede, senza conoscenza teologica, senza pretese di Rivelazione. E la grandezza dell’operazione sta proprio qui: nel fuggire ogni bigottismo da ben pensante di provincia, guardando al Cristo Super Star con gli occhi dell’uomo che ricorda l’infanzia e le sue memorie incontaminate. Lo sfondo subacqueo diventa una camera da letto, in cui il pittore invita a tu per tu il Cristo del Nuovo Testamento, quello semplice, umile, che ancora non indossa il pesante vestito della Chiesa.
È una camera da letto dotata di pavimento e parete di fondo, che genera, nella sua costruzione, uno sfasamento dei piani geometrici: i piedi s’incastonano al centro trasformando il grosso pois giallastro in un punto di fuga immaginario, quello che ci serve per sognare – ma questo succede solo dentro di noi e la tela, allora, diventa veramente ponte del fantastico.