giovedì 12 luglio 2007

Antoniazza Arte - Numero IV





I fossili onirici di Valentina Carini
In occasione della Prima personale italiana - Critica d’arte a cura di Andrea Antoniazza





Difficile trovare una giovane pittrice e leggere nella sua biografia così tanta ricchezza, diversità. Nel caso di Valentina Carini, infatti, è difficile non partire dalla sua vita, dalle sue esperienza, da quella che non è solo una passione per la pittura ma una dedizione quasi calvinista al lavoro, la costruzione di una competenza, oltre alla pura e semplice coltivazione di un interesse. Si legge, infatti, della Carini:

“dopo essersi laureata al DAMS di Bologna indirizzo spettacolo, inizia lavorare per la televisione collaborando come regista per Tele Montecarlo 2 a Firenze e successivamente a Londra per MTV. Dopo un soggiorno a New York in qualità di assistente dell’artista David Baskin, assistente di Louise Burgeois per oltre un decennio, inizia a studiare pittura presso il Central Saint Martins College of Art & Design e consegue nel 2004 il BA Hons in Fine Art.
Vincitrice del Kate Burton Award for painting presso la University of The Arts di Londra, torna in Italia dove continua a dipingere e partecipa a diverse mostre presso la Galleria Ronchini e Palazzo di Primavera a Terni, nel 2005 è inoltre presente con alcuni suoi lavori ad Arte Fiera a Bologna.”

Da critico, invito i pittori altrettanto giovani di cui spesso scrivo a prendere esempio da lei, dalla Carini intendo, in quanto ad impostazione biografica. Il pittore non può semplicemente starsene a casa aspettando l’arrivo di un brivido da trasferire sulla tela. Il pittore deve studiare e deve studiare tanto. Deve studiare più dell’economista e dell’avvocato, più di chiunque altro, forse perfino dei poeti. Perché la pittura è un atto sessualmente artistico, anche laddove illustra soggetti religiosi, è una dominazione carnale della tela, un momento di estasi che nell’atto produttivo la mente del pittore deve assolutamente governare, almeno dal suo lontano inconscio. Controllo che alla Carini di sicuro non manca, anzi.


Le sue tele sembrano riproporre un attualissimo paesaggio primordiale, in cui cercare la geometria disorganizzata delle forme. È un gioco d’infantile memoria, rivissuto nel suo intimo e riproposto in chiave adulta. La Carini dipinge fossili onirici, memorie spezzate, quasi invisibili. Sono quadri difficilissimi da fotografare. È come se l’artista utilizzasse un gesso sottilissimo per scolpire la tela, senza sporcarla, senza sbavature ma riportando su di essa semplicemente la sensazione di un presagio, di qualcosa che sta per accadere. In molte di queste tele si rivive un senso totalmente organico, quasi fisico-chimico del mondo. Nelle sue tele - di facile apprezzamento anche da parte di un pubblico più orientato alla scienza che all’arte – si può vedere di tutto: da un’esplosione molecolare a un piccolo giardino di sassi accuratamente sistemato.


I fossili onirici della Carini – così amo definire le sue entità atomiche – assumono sulla tela quasi una rigorosissima disposizione topografica. Questi quadri sono piccole città del sogno, del grande sogno, che sboccia da un Mistero assolutamente incantato, primitivo, insondabile. A dipingerle, è un’anima assolutamente fragile e si sente, si vede. Ma tanta è la sua fragilità, quanto è la sua preparazione, la sua dedizione accademica. È l’impegno quotidiano a generare genialità, l’umiltà dello studio, l’applicazione costante e di questo, prima di qualsiasi altra cosa, la Carini è un esempio, un modello di riferimento.


Anche nelle tele più colorate, i suoi fossili – i fossili onirici – continuano a vivere sparsi lungo superfici mai interrotte ma incastonate, l’una nell’altra. Come nella bellissima sfera qui sopra riproposta, partorita da una foresta di forme geometrizzate, una luna piena spaccata in due metà, quasi un’emisfero terrestre che ruota lentamente intorno al proprio asse spargendo intorno a se una cupe tenebra. In questa sfera rannicchiata tra i rami, ci sta il segno della speranza, di una delusione che tarda ad arrivare: il mondo della Carini, in queste venature continuamente sposate dalla sua grande mano, finiscono per essere la testimonianza di un’artista che già si è rivelata una piccola architetta del Mistero.