lunedì 30 luglio 2007

Antoniazza Arte - Numero V


L’umano infante
Critica d’arte al pittore Daniele De Carolis




Abituati come siamo a vedere Cristi crocefissi, in pose che sfiorano il sadismo, finalmente troviamo lo stesso tema – quello della Crocefissione, tanto caro ai pittori – reinterpretato. A compiere questa operazione è Daniele De Carolis, giovanissimo ed emergente pittore, di origine italiana e brillantemente espatriato in quel di Barcellona. De Carolis vuole la Crocefissione, ma non vuole né Cristo né la Croce. Ne desidera recuperare, però, il gesto, l’idea, l’affissione quasi artistica del corpo all’aria. E porta questo desiderio fino in fondo, fino a trasformarlo in un’illusione. Perché non di Crocifissione si tratta, bensì di un bambino dalle forme boterianamente rigonfie, che non può definirsi neppure impiccato. È un umano infante, attraversato da un telo, lungo, dritto, ruvido, una simbolicissima trave di tessuto, che evoca quella della morte di Cristo. L’umano infante tende a sollevare i piedi e le gambe, quasi non volessero saperne nulla del mondo, e del suo troppo facile vivere quotidiano. Questo bambino, illusoriamente crocifisso e impiccato, è il Dio della modernità, è quello che rimarrebbe di Cristo se la sua morte avvenisse adesso e non duemila anni fa. Sarebbe un bambino, forse dell’Africa, malato di AIDS, o un indiano abbandonato in riva ad un fiume, nato malato e morto malato, con la gambe già segnate dal male…i piedi legati, ma non da una corda, bensì dall’impossibilità di camminare, e le mani non crocefisse, ma aperte, piene di speranza, all’unica cosa che resta all’uomo quando non sa più dove guardare: cioè il cielo…un cielo, però, che il bambino di De Carolis non guarda, non osserva. La sua affezione alla carnalità è tale, che perfino di fronte alla certezza di morire, continua a contemplare, ad occhi chiusi, questi atomi sporchi di malattie e capitalistiche vendette. De Carolis offre all’umano infante, anziché la trave di legno, dura, faticosa da portare, ormai umida di pentimenti, il sudario di Cristo, che è proprio quello che lo attraversa, in corrispondenza del collo e dell’inguine, e che lo beatifica, lo rende straordinariamente divino nella sua evidente prossimità alla morte. L’umano infante è un piccolo Cristo, il Cristo forse di tutti gli atei, soprattutto quelli incazzati con il mondo, quelli convinti che Gesù, se proprio è il figlio di Dio, non può che rivolgere lo sguardo alla terra e ai suoi uomini, soprattutto ai suoi nemici, per smascherarne la vigliaccheria e il facile orgoglio di cui si riempiono.
Ci voleva un quadro così in una produzione giovanile. A distanza di tempo, si scoprirà come il giovane Daniele, con questa opera, carica di umiltà, abbia lasciato un segno, anzi il Segno di un Mistero che almeno per un secondo ha avuto la capacità di attraversarlo e di fargli sentire tutto il bene e il male che il Divino porta dentro di sé.

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