“I grembiuli di Pasolini e il leone del sale”
Critica d’arte a Patricia Carmo Baltazar Correa
Critica d’arte a Patricia Carmo Baltazar Correa
Ci sono finalmente artisti che riprendono pasolinianamente i lavori di bottega, quelli consumati tra le mura sporche di un piccolo locale di borgata, dove, oltre all’odore e al tanto sudore versato, c’è solo il senso della fatica e della dedizione ad una tradizione professionale che si può imparare solo sul campo, agendo direttamente con le proprie mani, come è il caso di un macellaio, di uno scultore o di un immaginario demone. Per avere traccia di queste esistenze, l’illuminata Patricia Carmo ha fornito a ciascuno di loro, a questi uomini della folla un grembiule, come chiedendone un contributo non tanto psicologico quanto materiale, biologico, profondamente carnale. La Carmo costruisce una meravigliosa collezione di grembiuli sporchi, usati attraverso un’operazione che ha dello straordinario. Compra i grembiuli, bianchi, pulitissimi, in uno stato perfettamente verginale, li consegna uno ad uno a 17 diversi “artisti”, chiede gentilmente loro di utilizzarli durante la loro attività quotidiana, di sporcarli, ma in maniera del tutto naturale, senza interventi maliziosi, senza forzature di scena. Ripasserà a prenderli, in un secondo momento, dopo il loro indiscusso utilizzo da parte del loro prescelto “indossatore”. In questa meravigliosa collezione, che non ha nulla da invidiare all’alta moda o alle volgari sfilate milanesi, c’è un’intenzione assolutamente politica, non della politica parlamentare, ovviamente, ma della politica dell’arte, che non ha colori e soprattutto conflitti dirigenziali. In questa operazione, la Carmo dimostra una superiorità, non indifferente. I grembiuli diventano le tele di un’immaginaria collezione, vengono dipinti , attraverso il loro lavoro, da uomini assolutamente comuni e in tutto ciò c’è una dignità immensa. C’è il richiamo a quella civiltà contadina che continua a vivere sotto le ceneri dell’asfalto urbano. C’è il senso del sacrificio, dello svegliarsi presto, del dedicare umilmente la vita ad un lavoro spesso disprezzato o considerato a margine delle grandi professioni. C’è un richiamo, non da ultimo, ad un’estetica del lavoro assolutamente democratica: non servono completi eleganti o valigette in coccodrillo per essere dei grandi lavoratori. Ma solo due semplicissime mani sporche, impegnate in quel miracolo quotidiano dal quale dipende la sopravvivenza di ambizioni, sogni e famiglie.

Ma la Carmo non finisce qui. È impegnata in un cammino che l’ha portata fino alla scoperta del sale di Trapani, di ogni singolo granello che ha saputo amabilmente trasformare, reinterpretare in linee verdi, sovrapposte l’una all’altra, in una rappresentazione finale a cavallo tra l’ingegneria genetica e la grande distribuzione commerciale. Osservando da lontano questi segmenti incastonati su uno sfondo assolutamente bianco, troviamo nella Carmo la simbologia non solo del sale, ma di un onirico DNA artistico o di un codice a barre, di quelli utilizzati per l’identificazione dei prodotti, questo direbbe un osservatore poco attento. Illuminati dall’artista, invece, si intuisce come quelle linee verdi non evocano né stravaganti manuali di genetica né, tantomeno, il processo di archiviazione delle produzioni industriali. Ha un senso squisitamente naturale questo lavoro: è la fase finale di una scomposizione grafica e mentale del sale in elemento da rivivere attraverso l’alchimia e l’animale più coraggioso del “mercato” naturale, cioè il leone. È questo il ponte di passaggio dal sale al segmento, dal processo di purificazione della natura a quello di purificazione del segno. Il sale allora non è che pretesto di un viaggio che la Carmo vuole incontaminato da ogni infiltrazione facilmente simbolista per approdare a quell’isola, vergine, purissima che è la sua identità meravigliata dall’esistenza di un Mistero.
Andrea Antoniazza
Roma, 18-11-2007
Andrea Antoniazza
Roma, 18-11-2007
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