mercoledì 20 febbraio 2008

Antoniazza Arte - Numero IX

Un inno genuino ai valori dell’umanità - Critica d’arte a Giulia Cantisani

Sono volti spesso sfigurati, tirati da una mano crudele che non ruba solo la capigliatura, ma l’anima, l’identità più profonda, in un gesto che lascia l’unico personaggio della tela al margine di se stesso.
In “Chiamami, sciogli i vincoli” la figura femminile rimane forte sulla tela, incastrato da un seno che diventa il simbolo di tutta la sua personalità, avvolta in quel vestito al tempo stesso d’epoca e vellutatamente erotico. Non conta il viso, abbiamo detto, perché questo si dissolve, insieme ai capelli, nella lunga ombra che questa donna decapitata dalla Cantisani, lascia dietro le spalle.
È una piccola Statua della Libertà, un inno genuino ai valori delle donne, soprattutto di quelle più umili, più contadine, che stanno con la faccia e le braccia immerse in un lavoro che le porta via tutto, perfino la dignità dell’esistenza.



Sempre affezionata al lato sinistro della tela, la Cantisani in “Da un'attesa infinita” riaffronta il tema del niente dietro di sé, del non lasciare segni, se non il ricordo di un passaggio, di un’avventura: è l’impronta di una presenza che passa senza fermarsi abbastanza per farsi ricordare, per generare affetti. È il grande gioco dell’amore, soprattutto quello profano, veloce, che si consuma in fretta e che lascia dietro di sé solo il senso di un’attesa infinita, quella che mai sarà realizzata perché one night no more, come dicono a New York o, in versione più paesana, perché il letto non è mai promessa di eternità, ma solo di un piacere che passa presto come chi lo prova. Dietro l’attesa solo il cupo, il ricordo stagno di qualcosa che forse non è mai successa, che forse era meglio che non si fosse realizzata. Dietro la figura, in questa tela, non c’è speranza, il personaggio dalle braccia aperte, carico di speranza, non lascia niente dietro di sé, non si perde per strada, non ha niente da lasciare al mondo, neanche le proprie impronte ed in questo è del tutto simmetrico rispetto al personaggio della prima tela. Di quella figura recupera la dimensione celebrale, il cervello, la capacità di analizzare il mondo: per questo dietro di lui, tutto è buio, niente ha più senso. Perché l’uomo, quando si illumina grazie al dono della ragionevolezza, metabolizza il mondo che lo circonda e lo carica di un significato che non lascia più spazio al caso, al becero relativismo: tutto diventa il suo punto di vista, il suo piccolo panorama sul mondo. E sappiamo bene come in un essere umano capace di pensare e di valorizzare questo dono, il passato non può che diventare un tutt’uno, un unico blocco scuro, al quale rivolgerci solo nei momenti di stanchezza, per cercare quell’emozione, quel ricordo che tanto ci ha fatto crescere. C’è una sorta di pedagogia della crescita in questa tela, che all’apparenza può evocare una semplice rinascita dal buio, ed è una lezione bellissima. La Cantisani raffigura la preghiera della speranza, della rinascita vera, non della semplice fuga da una vita annerita dai ricordi. E per questo vince due volte: una prima volta vince questa tela per la profondità dei suoi significati. Vince una seconda volta per l’eroismo del tutto umano del suo personaggio. Sembra uscito da un coma onirico, da un lungo sonno. Quanti significati si possono ritrovare in questa figura…ma tutti sono estremamente positivi, cristiani, autenticamente carichi di quel senso di umanità che ritrovare nelle tele diventa educativo, oltre che bello.


Qui la figura non diventa la cavia di una liquefazione che sfigura il volto e le braccia, si conserva nella sua interezza, anzi proprio in quegli aspetti della dimensione corporale, che nel primo dipinto erano persi. Qui c’è la testa, ci sono le braccia, anzi delle braccia si vede prima di tutto il palmo di una mano rivolta a quella dimensione di speranza che è direzione da percorrere, da attraversare. E allora questa figura senza sesso diventa il nostro biglietto da visita verso un mondo che non è quello vissuto, ma quello sognato, sperato, a cui tendere almeno nelle piccole isole di utopia che ancora oggi riusciamo a coltivare dentro di noi.

Roma, 20/2/2008
Andrea Antoniazza

Antoniazza Arte - Numero VIII

Il fallimento dei sogni e l’aria stanca di Leroy - Critica d’arte ad Alessandra Giacinti


La Giacinti è una giovane urbanista della pittura. Le sue tele non sono che spezzati di quella cultura della città che viviamo ogni giorno, camminando per le strade di una metropoli capace solo di regalare solitudine e grandi delusioni d’amore.
Questi piccoli manichini sono appoggiati sulla strada, non camminano ma rimangono sospesi in un’aria troppo pesante per essere respirata fino in fondo. È l’aria dell’abbandono, della misericordia che nessuno ha il coraggio di concederti, una lunga straziante verità che non ha intenzione di mostrarsi. Così camminano questi personaggi, che forse sono uomini, forse sono semplicemente i nostri sogni, spesso dimenticati e mai ripresi in quel cammino che l’uomo fa nel vivere in una città che continuamente lo dimentica.

I pochi omini bianchi mi ricordano tanto dei Pulcinella, leggermente gonfiati dal vento delle strade, che si aggirano come untori di una quotidianità urbana ormai forzatamente metabolizzata. La città è evidentemente di questi personaggi, come in uno stagno di De Chirico, dove l’acqua diventa un elemento di trazione, una sabbia mobile che paralizza. Così le strade della Giacinti non fanno camminare i suoi personaggi, non c’è senso del movimento, ma un’unica grandissima fatica, di esistere, di esserci, sempre e comunque soli.
C’è una verità non indifferente in queste tele. Per me, che sono un credente appassionato, in queste strade vedo il sapore della sconfitta, della testa bassa, di chi non si vuole pentire ma esistere, a prescindere dalla guida che vuole regalare alla propria vita. E, caso strano, questi personaggi vicino al sogno metafisico, sono sempre sul punto di lasciare o intraprendere una strada, che non è la strada, ma una strada, la strada del qualunquismo, del non so dove andare…e in tutto questo c’è un’attualità prima di tutto etica. Siamo di fronte alla fotografia di un’umanità spesso sbiadita da tessuti morali troppo morbidi per dare alla propria esistenza una svolta definitiva. Siamo di fronte all’uomo con la u minuscola, che deve ancora crescere, maturare e che forse, in cuor suo, non ha ancora scoperto quella Verità che gli serve per compiere il grande salto.


Un lavoro di grande interesse, soprattutto se accostato a un certo tipo di letteratura americana dei nostri giorni. In queste tele si respira l’aria di Leroy e dei suoi personaggi, in particolare dei più rovinati, dei più sconfitti, ma non dalla vita bensì dai sogni. Ci sono, infatti, secondo me, due tipi di fallimenti nella vita: chi fallisce perché la vita gli gira le spalle, per colpa di un incidente, una malattia, un brutto tradimento; e chi, invece, fallisce nei sogni, o perché li perde o perché non è mai riuscito a produrne uno. E questo credo che sia il fallimento peggiore. Perché anche un malato se ha un cuore, continua a sognare dentro di sé, nel suo intimo, in quelle parti dell’anima che meno si mostrano al prossimo. Ma chi non sogna, non è umano, non ha capacità immaginifica, non riesce ad elevarsi, neanche agli occhi di se stesso.
E di quest’ultimo fallimento soffrono i personaggi della Giacinti, è questo, credo, il significato nascosto o quello che è riuscito a suggerirmi. La Giacinti ci mostra la fine dell’uomo, non il suo inizio, non la sua volontà di prendere il volo, di andare altrove. Se dal suo magico cannocchiale potessimo vedere i personaggi il giorno dopo, li vedremmo sempre allo stesso posto, come fissati in un punto dove il tempo ha il solo vizio di passare.


Andrea Antoniazza
Roma, 20/2/2008