mercoledì 20 febbraio 2008

Antoniazza Arte - Numero VIII

Il fallimento dei sogni e l’aria stanca di Leroy - Critica d’arte ad Alessandra Giacinti


La Giacinti è una giovane urbanista della pittura. Le sue tele non sono che spezzati di quella cultura della città che viviamo ogni giorno, camminando per le strade di una metropoli capace solo di regalare solitudine e grandi delusioni d’amore.
Questi piccoli manichini sono appoggiati sulla strada, non camminano ma rimangono sospesi in un’aria troppo pesante per essere respirata fino in fondo. È l’aria dell’abbandono, della misericordia che nessuno ha il coraggio di concederti, una lunga straziante verità che non ha intenzione di mostrarsi. Così camminano questi personaggi, che forse sono uomini, forse sono semplicemente i nostri sogni, spesso dimenticati e mai ripresi in quel cammino che l’uomo fa nel vivere in una città che continuamente lo dimentica.

I pochi omini bianchi mi ricordano tanto dei Pulcinella, leggermente gonfiati dal vento delle strade, che si aggirano come untori di una quotidianità urbana ormai forzatamente metabolizzata. La città è evidentemente di questi personaggi, come in uno stagno di De Chirico, dove l’acqua diventa un elemento di trazione, una sabbia mobile che paralizza. Così le strade della Giacinti non fanno camminare i suoi personaggi, non c’è senso del movimento, ma un’unica grandissima fatica, di esistere, di esserci, sempre e comunque soli.
C’è una verità non indifferente in queste tele. Per me, che sono un credente appassionato, in queste strade vedo il sapore della sconfitta, della testa bassa, di chi non si vuole pentire ma esistere, a prescindere dalla guida che vuole regalare alla propria vita. E, caso strano, questi personaggi vicino al sogno metafisico, sono sempre sul punto di lasciare o intraprendere una strada, che non è la strada, ma una strada, la strada del qualunquismo, del non so dove andare…e in tutto questo c’è un’attualità prima di tutto etica. Siamo di fronte alla fotografia di un’umanità spesso sbiadita da tessuti morali troppo morbidi per dare alla propria esistenza una svolta definitiva. Siamo di fronte all’uomo con la u minuscola, che deve ancora crescere, maturare e che forse, in cuor suo, non ha ancora scoperto quella Verità che gli serve per compiere il grande salto.


Un lavoro di grande interesse, soprattutto se accostato a un certo tipo di letteratura americana dei nostri giorni. In queste tele si respira l’aria di Leroy e dei suoi personaggi, in particolare dei più rovinati, dei più sconfitti, ma non dalla vita bensì dai sogni. Ci sono, infatti, secondo me, due tipi di fallimenti nella vita: chi fallisce perché la vita gli gira le spalle, per colpa di un incidente, una malattia, un brutto tradimento; e chi, invece, fallisce nei sogni, o perché li perde o perché non è mai riuscito a produrne uno. E questo credo che sia il fallimento peggiore. Perché anche un malato se ha un cuore, continua a sognare dentro di sé, nel suo intimo, in quelle parti dell’anima che meno si mostrano al prossimo. Ma chi non sogna, non è umano, non ha capacità immaginifica, non riesce ad elevarsi, neanche agli occhi di se stesso.
E di quest’ultimo fallimento soffrono i personaggi della Giacinti, è questo, credo, il significato nascosto o quello che è riuscito a suggerirmi. La Giacinti ci mostra la fine dell’uomo, non il suo inizio, non la sua volontà di prendere il volo, di andare altrove. Se dal suo magico cannocchiale potessimo vedere i personaggi il giorno dopo, li vedremmo sempre allo stesso posto, come fissati in un punto dove il tempo ha il solo vizio di passare.


Andrea Antoniazza
Roma, 20/2/2008

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